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Anno 2001
Numero 3 - Dicembre 2000
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SULLA VIA DI DAMASCO
Nel nostro lavoro, non rimane tempo per
annoiarsi, capitano situazioni così varie ed imprevedibili, che mettono a dura prova la nostra preparazione
tecnica acquisita negli anni con l’esperienza; ma, a parte questo aspetto, che comunque si fonda su protocolli
diagnostici e terapeutici sperimentati e consolidati, assume un’importanza fondamentale, a mio parere, il
rapporto medico-paziente e paziente-medico, rapporto nel quale si inscrive anche la scelta diagnostica e
terapeutica.
Trattandosi di un rapporto tra persone non è
tutto così scontato, perché non è affatto facile mettere in campo "noi stessi", nella nostra
complessità e vivere appunto l’esperienza della "reciprocità" in una relazione tra chi ha un bisogno
e chi dovrebbe soddisfare questo bisogno.
Io stesso per molto tempo ho percorso questo cammino gratificato dal mio ruolo di "tecnico", al quale il
paziente delega i problemi di salute; una sorta di piccolo potere fondato su una rassegnata fiducia.
Ma… per ognuno di noi c’è sempre una via di
Damasco, dove si viene rovinosamente sbalzati dal cavallo delle false sicurezze e dell’orgoglio personale, per
ritornare con i piedi per terra, con la mente ed il cuore pervasi da una nuova luce, che dischiude altri
orizzonti.
Via di Damasco che si concretizza nell’esperienza vera dell’incontro con la persona sofferente, con tutto il
suo fardello di pene, ma anche con tutta la ricchezza del coraggio e dell’accettazione: lezione di vita che ti
insegna l’umiltà dell’ascolto, la pazienza dell’attesa di una parola, di un gesto di conforto, di un
semplice sorriso, di uno sguardo compassionevole.
Questa via di Damasco, segna nel profondo della
coscienza, la "conversione" di un rapporto non più impostato a senso unico, ma fondato sulla fiducia
reciproca e sulla complementarietà arricchente delle diverse esperienze di vita, che vengono condivise senza
giochi di ruoli artificiosi.
Penso ad alcune situazioni di malattia, che minano e distruggono inesorabilmente il fisico e lo spirito, dove se
non esistesse questo rapporto di rispettosa fiducia, arduo sarebbe per il medico superare la paura di violare l’intimità
del malato, termine che preferisco a privacy, perché mi suona più umano, come altrettanto difficile sarebbe per
il paziente sofferente accettare un aiuto apparentemente troppo invadente.
Tutto questo mi sembra ancora più importante nella situazione estrema del malato terminale, perché in quel
momento si sperimenta la solidità e la veridicità di un rapporto, che mira, ciascuno nel proprio ruolo
responsabile a garantire una dignitosa qualità di vita fino al suo termine, affinché la " buona morte"
(eutanasia) ci colga "vivi", come diceva saggiamente Padre Turoldo.
Sandro
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